Cosa mi manca? Un padre, forse! - Anteprima di Il destino di stelle cadenti, un romanzo di Emanuele Zanardini
Il destino di stelle cadenti
di Emanuele Zanardini

– Cosa ti manca, qui? – ha sentenziato lei, pensando di prendermi di sorpresa.

E io ho dovuto proprio dirglielo. – Cosa mi manca? Un padre, forse?

Il destino di stelle cadenti, un romanzo di Emanuele Zanardini

Cosa mi manca? Un padre, forse? – Milo

Forse si era persa e aveva bisogno di aiuto. Figuriamoci, una che viaggia nello spazio, che si perde in una cittadina qualunque della terra! E se si fosse tele-trasportata sul serio?

Però sembrava anche molto carina.

Ma a ogni giorno basta il suo affanno. Devo già affrontare Federica, stasera. Sempre che ci sia. Vado verso casa immaginandola arrivare su un disco volante.

In strada le automobili hanno una coperta di neve di dieci centimetri. Mi tolgo un guanto e affondo la mano nella coltre sul parabrezza. Ne raccolgo una manciata e la assaggio.

Anche la neve sa di polveri sottili.

Cosa mi manca? Un padre, forse? – Cassie

Non posso perdermi! 

Il senso di apertura che può dare una città, rispetto al mio paese, dove tutto è più a portata di mano e di piedi, ha i suoi contro. Facile perdersi, lasciarsi trasportare dalle strade larghe, ma comunque…

Non posso perdermi!

Non voglio dar ragione a mamma e a Renato. La cosa che odio di più! Dare ragione a Renato, voglio dire. Lei è pur sempre mia mamma. Anche se non mi capisce.

So badare a me stessa. Sono stufa marcia di dirglielo, tanto non vuole capire.

Pensavo che uscendo dalla maturità con il massimo dei voti, avrei avuto il dirittodi fare quello che volevo. Invece no! Che fatica per convincerli a lasciarmi andare!

Mi ricordo bene il giorno dei voti della maturità.

Mi fiondai nel parcheggio del Liceo Classico Italo Calvino in sella alla bicicletta di mamma. Devo ammettere che avevo una certa agitazione. Mi ero appiattita il culo sulla sedia, pur di avere il massimo! Vedevo anche un voto in meno come un ostacolo in più alla mia libertà.

Ne andava della mia vita.

C’era ressa sulla scalinata d’ingresso. Chiacchiere eccitate, abbracci, facce deluse e qualche lacrima. I corridoi erano in subbuglio. Alcuni insegnanti conversavano tra loro o con altri studenti. Si scambiavano complimenti.

– Ciao raga.

– Bella, Cassie!

La Betty, Marta, la Pimpa, Anto, le mie compagne, sapevano già i loro voti e anche il mio. Insopportabili ficcanaso! Scherzo. Marta, la mia migliore amica, mi fece la faccia brutta, ma non riuscì a trattenere il sorriso per molto.

Le abbracciai e baciai una a una.

Mi avvicinai con cautela alla bacheca dei voti.

L’euforia mi prese dopo un bel po’, una volta assorbita la sensazione di avere fatto solo il mio dovere.

Dovevo dirlo subito a Matteo, il mio fratellone.

– Pronto, sorellina!

Ero al settimo cielo! Sentivo la bocca tirata in un sorriso da plastica facciale.

– Ciao, fratellone.

– Hai la voce di chi sta per fare un annuncio eccezionale. – Sa sempre capirmi al volo.

– Mi vergogno quasi a dirlo.

– Non mi immagino la mia sorellina imbarazzata.

– 100 e lode!

– Grande, Cassie! Potrai fare l’università che vuoi!

A quel punto stetti zitta per un minuto buono, mi parve.

– Ci sei, sorellina? Che c’è, non sei contenta?

Certo che lo ero! Non aspettavo altro. Per essere libera. – Mi darai una mano a convincere mamma a lasciarmi partire?

Lui sì che mi capisce. Forse perché non è davvero mio fratello? Ha nove anni più di me, frutto di un amore giovanile di mamma. Il primo ricordo che ho di lui è quando a tre anni, dopo una caduta in bicicletta, si prese cura di me. Per questo ero sicura che mi avrebbe aiutata a convincerli.

Arrivata a casa ritornò fuori il discorso.

Credo che se avesse potuto, mamma mi avrebbe lanciato il mestolo sporco di sugo al pomodoro.

– Perché mi tratti così? – mi ha chiesto, sull’orlo del pianto.

Non me la fai! Il potere delle lacrime non funziona con me.

– Io e papà… – ha ripreso.

L’ho bloccata subito. – Tu e Renato ,– ho precisato, incazzata.

– Perché puntualizzi sempre, Cassiopea?

Perché è così! Lui non è mio padre! – E tu perché continui a chiamarmi Cassiopea!

– Perché è il tuo nome.

Già e non mi piace, e lei lo sa, ma lo usa come un guinzaglio, per tenermi legata!

Appoggia il mestolo e mi guarda addolorata. – Ma noi lo facciamo per il tuo bene.

– E allora lasciatemi vivere la mia vita! In tanti paesi i genitori buttano i figli fuori di casa a vent’anni, perché facciano le loro esperienze.

– Cosa ti manca, qui? – ha sentenziato lei, pensando di prendermi di sorpresa.

E io ho dovuto proprio dirglielo. – Cosa mi manca? Un padre, forse?

Poi sono corsa in camera a piangere dal nervoso.

Sento Renato rientrare dal lavoro. Li sento discutere a voce alta.

– Avete litigato? Ancora per quella storia?

– Sì. Sembra che ogni giorno che passa sia peggio. Non so chi le ha messo in testa questa idea. Forse se provi a parlarle tu.

So già cosa sta succedendo. Renato la abbraccia, ma senza convinzione, come un atto dovuto. E ora gli dirà…

– Sei sua madre. Quello che scegli tu, per me va bene.

La solita solfa, non ci prova nemmeno a farmi da padre. Potrei dargli una possibilità, se facesse il primo passo.

– Prova a parlarle tu, ti prego!

– Non so se servirebbe. Comunque le passerà, vedrai.

Dopo qualche istante di silenzio, sento dei passi e lui che si schiarisce la voce. Deve averlo convinto con le sue occhiate afflitte. Bussa.

– Cassiopea.

Trattengo anche il respiro.

– So che sei lì, Cassiopea. Apri e parliamone da persone civili.

Se mi chiama così per la terza volta, col cavolo che apro.

– Possiamo trovare un compromesso.

Apro per terminare questa pantomima. – L’unico compromesso è che mi lasciate andare.

– Ti ho mai fatto mancare niente?

– E tu pensi di volermi bene perché non mi fai mancare nessuna cosa? Non ci sei mai, non prendi posizione, non ti interessi dei miei desideri, come farebbe un padre. A volte, se io ci sono o no, forse neanche te ne accorgi. Quindi tanto vale che me ne vada.

Alla fine abbiamo trovato un compromesso, che gli alleggerisca in qualche modo la coscienza. Frequenterò l’università come pendolare fino a Natale e, se sarò proprio sicura di andare avanti, potrò cercare un appartamento. Mi verserà sul conto una cifra mensile, per pagare l’affitto e la altre spese, finché non avrò un lavoro che mi faccia guadagnare il necessario. 

Quindi, se stasera va male, devo ritornare in gabbiacon la coda tra le gambe.

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